A Jan Palach

Oggi, al tempo dei peggiori nani della storia, al tempo della "neolingua" tante parole vengono volontariamente cambiate, minimizzate, alcune svuotate dal loro significato e tante derise proprio per togliere all'uomo di oggi il fardello del loro giusto significato; non ne ha la capacità, non ha "spalle larghe" per prendersene la responsabilità nè braccia forti per tenere alta la guardia e soprattutto non ha la mente salda per far si che tutto questo accada. Diventa più che mai decisivo restituire alle parole il giusto valore.

Tutto questo vale per il termine ESEMPIO, tutto questo vale per Jan Palach.

Dal latino "Exemplum" che deriva dal verbo "eximere", ossia "prender fuori", "estrapolare"; un Esempio è esattamente questo, un modello estrapolato che non invecchia perchè, eccettuato dallo spazio e dal tempo, è eterno.

Ricollocandolo nello spazio e nel tempo Jan Palach si consegna all'immortalità il 16 gennaio 1969, morendo tre giorni dopo, trasfigurato dall'elemento che simbolicamente più si avvicina per eternità e purezza al Mito, il fuoco.

In un gesto che oggi non solo ricordiamo, ma che ancora risplende proprio perché trascende tempo e situazione contingente, la cortina di ferro, il comunismo, l'oppressione sovietica. Un grido di libertà senza tempo, come senza tempo è la ricerca e la conquista della libertà dell'anima.

Non si commetta l'errore di pensare al suo gesto come ad un occidentale suicidio; Jan Palach non si diede fuoco, Jan Palach SI PRESE IL FUOCO, l'elemento che gli uomini non potevano e non dovevano avere perchè indegni e impreparati a farne uso, restituendo all'uomo stesso, cieco nel suo buio, quella scintilla divina e quel coraggio di elevarsi che lo stesso Zeus riconobbe alla fine in Prometeo, concedendogli il perdono del gesto.

  

A Jan Palach, martire della nostra Europa.

 

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